stobados | 31 Dicembre, 2007 13:40
Peppino Marotto, poeta (libero contributo dei Kenze Neke).
Quando muore un poeta, una porzione di sapere muore con lui.
E' una regola che vale senza limiti geografici o temporali, è una norma che
và da sé.
In Sardegna questa regola ha però un valore doppio, vuoi per la mancanza di
eroi, se non occasionali, che popolano la nostra storia antica e recente, vuoi
per l'assoluta e secolare contrapposizione che ci ha visto disprezzare ciò che
proviene dal nostro seno materno.
Come spiegare quindi, se non come l'inspiegabile, l'uccisione con dei colpi
alle spalle di un poeta e di un poeta anziano, in un luogo che diventa un non
luogo?
Quel non luogo è un paese che potrebbe essere un qualunque nostro paese, di un
qualunque nostro poeta e di un qualunque suo abitante, per giunta anziano, che
dovrebbe essere tutelato, protetto come cosa rara, libro vivente di
transumanza-conoscenza da tramandare, come la nostra storia identitaria.
Un tempo sa balentia prevedeva delle regole ferree che non potevano essere
alterate, un codice d'onore che non significa retaggio di leggi non scritte di
un passato che non si è saputo adeguare ai tempi, ma bensì delle consuetudini
comportamentali che ci rendevano un popolo unico: il rispetto dei bambini, delle
donne, degli anziani, forse dei poeti.
Non abbiamo più regole, e l'omicidio di Peppino Marotto, poeta e comunista, è
qui davanti a noi a dimostrarlo, perse nel tempo di una modernità che impone il
cambiamento senza ricambio, elementi effimeri di un ingranaggio che ci usa come
pedine e ci vomita risucchiati di ogni sentimento, compassione, personalità.
Marotto era probabilmente quello che un poeta dovrebbe essere, schierato
apertamente ad essere voce di chi non ha voce; spezzare quella voce significa
mettere a tacere chi ancora sente il bisogno di opporsi, significa ancora una
volta che si sta compiendo il tentativo di metterci il bavaglio.
Non abbiamo più voce se non per tacere questo momento e cercare di comprendere
dove siamo finiti, continuando a resistere e sperando che non sia troppo tardi
per salvare il salvabile.
Kenze Neke
Unu poeta
Est grae su kelu
s'est cuatu pro
non deper videre
su lamentu de
un omine ki morit l
enas sar voches
naran ki est mortu
su poeta ki cantait
sos poveros e
sos pastores poveros
s'artziat arta sa oke
nostra nd'est s'atitu
pro aere pertu
unu cumpanzu
e morjat peri su kelu
si no at su corazu
de nos gollire
unu poeta
un poeta
È pesante il cielo
si è nascosto per
non dover guardare
il lamento di un uomo
che muore
piano le voci
dicono che è morto
il poeta che cantava
dei poveri
e dei pastori poveri
si alza la voce
nostra è una canzone
di morte
per avere perso un compagno
e muoia pure il cielo
se non ha il coraggio
di proteggere
un poeta.
Kenze Neke
stobados | 29 Dicembre, 2007 22:31
Sono in ritiro pre esame ma non troppo... cerchero' di riprendermi al piu' presto. A voi il resto.
Sul sito www.retebassa.org trovate un dossier che parla della vicenda in questione.
BERGAMO — La chiamavano la «caccia grossa» con la Panda nera. Carabinieri e vigili urbani usavano un’auto con una targa rubata e, secondo l’accusa, ogni venerdì sera davano vita a raid punitivi contro extracomunitari. Prima il briefing in caserma a Calcio, nella Bergamasca, poi via. Ma su quella Panda c’era una microspia. E ora le conversazioni concitate, i pestaggi degli stranieri, le urla durante perquisizioni «dure» a caccia di droga (che talvolta spariva con denaro e cellulari dei fermati) sono finite in un dossier della Procura. Il gruppo aveva scelto il venerdì probabilmente per poter apparire sui giornali della domenica. Perché il giorno dopo, ai cronisti, raccontavano di arresti e di «brillanti operazioni antidroga». Solo dopo sono emersi i metodi usati. Una «banda »—così la definiscono gli inquirenti — di 21 persone, (una dozzina i carabinieri) cinque delle quali accusate di associazione per delinquere. Qualcuno è ancora ai domiciliari, altri sono stati sospesi, altri ancora trasferiti. Eppure sono stati rimpianti dagli abitanti di Calcio: poco dopo gli arresti dello scorso luglio, sono comparse scritte del tipo: «Rivogliamo i nostri carabinieri», «Deidda sindaco» e via così. Ora, a sei mesi dagli arresti, arrivano le prime richieste di patteggiamento: un carabiniere di Calcio, Danilo D’Alessandro (1 anno e 8 mesi) e un vigile di Cortenuova, Andrea Merisio (3 anni). Molti hanno chiesto il rito abbreviato, compreso il maresciallo Massimo Deidda, «Herr kommandant», come lo soprannominavano gli altri della banda. «Il capo indiscusso » del gruppo, per i pm di Bergamo. Un tipo dai modi spicci, carismatico. E’ l’ex comandante della stazione di Calcio, che in questi giorni, fino alla fine del processo (prevista per il 14 febbraio) è stato autorizzato a tornare ai domiciliari proprio nella stazione che comandava.
Le violenze Per l’accusa era tutto studiato, a partire dalla Panda recuperata prima di essere demolita sui cui era stata piazzata una microspia. E dalle vittime: preferibilmente extracomunitari clandestini che difficilmente avrebbero trovato il coraggio di denunciare. Invece qualcuno lo ha fatto. Agivano armati, scrive nella sua ordinanza il giudice delle indagini preliminari Raffaella Mascarino, in «un clima di violenza, di esaltazione collettiva e di autocompiacimento», in un paese di neppure cinquemila anime, Calcio, (sindaco leghista), dove le parti si sono invertite: i carabinieri sono diventati delinquenti e i marocchini i loro accusatori. A una vittima viene rotto il naso. A un’altra il timpano. A un’altra ancora i denti. La voce di Deidda, con marcato accento sardo. «Tu sei troppo agitato, mo ti piazzo un cazzotto in testa. Da chi hai comprato? Ti porto in caserma e ti sfondo a mazzate ». Parla di un altro controllo: «Uno di Martinengo... poi si è messo a sputare i denti e l’ho mandato via... perché appena gli ho dato un destro, caz..., ha cominciato a sanguinare, ha sputato i denti». Quando un marocchino, per sfuggire a un inseguimento, si butta da un tetto quelli commentano: «Perché anziché finire nelle nostre mani preferiscono suicidarsi?».
Gli adepti La banda cercava anche nuovi adepti. La filosofia era questa: «Più siamo più danni facciamo », si spinge a dire Andrea Merisio, vigile di Cortemilia a un aspirante «picchiatore». L’8 giugno esordisce nel raid uno studente di 29 anni. Merisio e Deidda sono compiaciuti del nuovo acquisto: « Ci ha chiesto perché non lo abbiamo picchiato quello con la camicia bianca... La mentalità c’è». L’obiettivo della «caccia grossa » era spesso quello di aumentare le statistiche degli stupefacenti sequestrati. Per il capitano Massimo Pani, (che non ha partecipato ai raid), allora comandante della Compagnia di Treviglio, e nel frattempo promosso maggiore, i numeri erano una fissa. Tanto che Monacelli avrebbe mostrato a colleghi un sms di Pani, in cui lo invitava a sequestrare «almeno 25 chili di droga, in modo da poter battere il record del suo predecessore». Avrebbe fatto pressioni su due subordinati, minacciando di farli trasferire perché non testimoniassero contro Monacelli, sospettato di procurata evasione e cessione di droga. Ultimo guaio: avrebbe restituito un chilo di hashish a uno spacciatore che minacciava di raccontare certi metodi.
Il razzismo L’odio per gli extracomunitari emerge nelle conversazioni del gruppo. Mauro Martini, carabiniere di Calcio, al telefono con la fidanzata è esplicito: «’Sti marocchini, li ammazzerei tutti, non muoiono mai». Deidda non è da meno: «... Me ne sbatto i c. e ’sti marocchini di merda mi hanno veramente rotto i c.».
Cristina Marrone
29 dicembre 2007
http://www.corriere.it/cronache/07_dicembre_29/marrone_3ce303d2-b5ee-11dc-ac5d-0003ba99c667.shtml
stobados | 11 Dicembre, 2007 15:01
Si e' conclusa con una cena popolare al terrapieno di Cagliari la mobilitazione contro il vertice dei ministri della difesa del mediterraneo. 400 persone si sono date appuntamento tra un piatto di malloreddus, uno di pecora ed un bicchiere di vino in risposta alla cena di gala dei ministri della difesa, ospitati poco piu' in la dal prefetto di Cagliari. Questo l'epilogo di una tre giorni che ha rivisto in piazza la Cagliari antagonista come non si vedeva da anni, prove generali delle mobilitazioni per il g8 del 2009 che si svolgera' nell'isola di La Maddalena.
A breve il video del corteo
Galleria di immagini
stobados | 10 Dicembre, 2007 16:01
Un corteo grande e partecipato quello che ha percorso le vie del centro di cagliari questa domenica pomeriggio. Il dato piu' significativo pero' e' quello della determinazione nel rifiutare le imposizioni della questura. Nelle settimane prima, infatti, ha sfidato i divieti della questura che gli imponeva una piccola passegiata fra le vie dello shopping natalizio. La questura voleva che il corteo si fermasse all'altezza di piazza Garibaldi, ed ha ripetutamente provato a negare il percorso chiesto dall'assemblea sarda contro il D10, sigla nella quale rientravano numerose organizzazioni. Poi col passare dei giorni le adesioni sono aumentate notevolmente e grazie anche alla determinazione dei compagni, l'assemblea ha rifiutato le imposizioni che venivano dalla questura e ha strappato l'accesso alla piazza dove si affaccia il T-hotel, l'albergo che ospitava i dieci ministri. 4.000 persone hanno sfilato in una Cagliari militarizzata (come se non lo fosse gia' abbastanza) e bloccata a meta' per le esigenze dei dieci ministri. Se nei lati del corteo non si vedeva una grossa quantita di sbirri (vedi il metodo Firenze social forum), a parte gli agenti in borghese in quantita' spropositata, nelle immediate vicinanze invece vedeva una ingente quantita' di uomini delle forze del disordine, compresi mezzi militari. Nel corteo lo spezzone piu' consistente era quello indipendentista, che ha organizzato pullman da tutta la Sardegna, a seguire i vari collettivi studenteschi, l'associazionismo di base e l'assemblea antifascista Kastedhu, mentre a a chiudere il corteo i circoli dei partiti della "Cosa rossa". Oggi, lunedi' 10 Dicembre, si chiude il programma della 3 giorni con una cena popolare rivolta soprattutto alla componente immigrata della citta'. Ore 20 e 30 al terrapieno.
Galleria di immagini dal corteo NO D10:


stobados | 09 Dicembre, 2007 14:24
Sono un kasteddaio che tifa kasteddu, mica come quei sassaresi che quando c'e' Cagliari - Juve vanno nella curva ospite. Sono cresciuto politicamente da pizza '74; tra una birra e l'altra, un amore e l'altro (quello per il cagliari ovviamente) ho trovato anche lo spazio per studiare e finire le superiori. Ora studio a Torino, e tra l'unico amore e i cortei cerco anche di dare qualche esame, sperando un giorno di laurearmi. Nel frattempo scrivo, ora che non c'e' piu' indymedia ho bisogno di scrivere e sfogarmi, e ho deciso di farlo qui. Ok, la messa e' finita, andate in pace.
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