stobados | 15 Luglio, 2008 14:52
Oggi qualcuno ha voglia di parlare di questo, qualcuno no; qualcuno ha dimenticato la propria indignazione, qualcuno non l'ha mai avuta. Non l'ha mai avuta, nemmeno negli stessi giorni in cui succedeva il delirio a Genova. Non amiamo fare le vittime. Siamo rivoluzionari, e i rivoluzionari non sono mai andati incontro ad un destino buono o dolce. Ce ne prendiamo le responsabilita', tutte. Ma quello che e' successo a Genova e' diverso, e dovrebbe almeno risvegliare una coscienza anche nei non-rivoluzionari. Ma questo non avviene. Ed io oggi sto zitto, faccio parlare qualcuno al posto mio. La rabbia e' tanta, e la storia ancora lunga perche' arrivi il conto da pagare. Nel 2009 saremo a La Maddalena, li forse scattera' l'indignazione. A La Maddalena forse, in un momento di risveglio della memoria collettiva, riusciremo a tirare fuori la nostra indignazione. Se ci sentiamo ancora uomini e donne. Io sento che possiamo ancora ancora definirci tali. Sono un inguaribile ottimista. Ma come al solito mi sveglio, un'altra volta, tutto sudato.
Fonte: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/07/002710.html
di Giuseppe Genna
[Le opinioni qui espresse sono da considerarsi
di responsabilità oggettiva solo e unicamente dello scrivente e non
includono alcun coinvolgimento editoriale di chiunque altro scriva su
questo blog. gg]
Il primo commento alla indegna sentenza che riduce la tragedia della scuola Diaz
a una rissa in cui qualcuno ha alzato un po' troppo il gomito (col
gomito fracassando calotte craniche e lacerando tessuti) sarebbe che ha
ragione Berlusconi. La Magistratura è da riformare. Ogni sentenza
risulta disomogenea rispetto alle altre emanate per vicende consimili.
Sui fatti nodali della storia italiana, i giudici non hanno giudicato
niente. Sul passato devastato di questa nazione, i magistrati sono
forcaioli in attesa di incrementare l'intensità con cui il passato non
è devastato ma devastante. Avrebbe ragione Berlusconi e, di
conseguenza, avrebbe ragione quello che non so più come definire
(centro, pallida socialdemocrazia cristiana, incrocio genetico
dell'a-politica...), insomma, quella roba rosa pallido lì: si dovrebbe
riformare la Giustizia, ma finché c'è Berlusconi non lo si può fare.
E sarebbero giudizi sbagliati. Perché la sentenza sui fatti di
Bolzaneto evidenzia che è lo Stato tutto, in qualunque sua funzione, a
risultare compromesso, purulento, contaminante. Il giudizio va
tracciato oltre ogni tentazione ideologica. Si ha da essere contro lo
Stato.
Poiché,
dopo giorni di scontro istituzionale sull'indipendenza del potere
legislativo da quello esecutivo, garantito dalla Costituzione, tra i
cui Padri non c'è quel figlio di puttana di Benjamin Franklin bensì
quell'anima santa di Giulio Andreotti - dopo una battaglia all'ultimo
finto sangue, poiché quello vero scorse alla Diaz, ecco come questa
mascherata si risolve: con i poteri che si tutelano a vicenda e non
smentiscono le lucide previsioni di chi, vivendo in stato statale,
sapeva già da tempo che, al momento decisivo, lo Stato si sarebbe
rinsaldato tutto di un colpo, escludendo il diritto alla verità di chi
lo Stato rappresenta e di chi ne è a fondamento: cioè noi tutti.
Potrei dissertare filosoficamente all'infinito sulle teorie politiche
che giustificano quanto sto affermando, e cioè che lo Stato è contro la
natura della civiltà, dell'umanità, dei valori, della convivenza,
dell'empatia e dell'amore. Altrettante teorie potrebbero essere
scagliate contro questo personalissimo giudizio. Poiché, tuttavia,
l'immediatezza del momento, con questa evidenza dell'indegnità del
potere giudiziario a fronte di una patente violazione dei diritti
personali e collettivi, solleva emozioni, risponderò con una citazione
che mi sta a cuore, di cui non sto a enunciare né l'autore né l'opera -
tanto, chi ha occhi per vedere vedrà e chi ha orecchi per ascoltare
ascolterà:
Noi, rivoluzionari-anarchici, fautori dell’istruzione generale del popolo, dell’emancipazione e del piú vasto sviluppo della vita sociale e di conseguenza nemici dello Stato e di ogni statalizzazione, affermiamo, in opposizione a tutti i metafisici, ai positivisti e a tutti gli adoratori scienziati o non della scienza deificata, che la vita naturale precede sempre il pensiero, il quale è solo una delle sue funzioni, ma non sarà mai il risultato del pensiero; che essa si sviluppa a partire dalla sua propria insondabile profondità attraverso una successione di fatti diversi e mai con una serie di riflessi astratti e che a questi ultimi, prodotti sempre dalla vita, che a sua volta non ne è mai prodotta, indicano soltanto come pietre miliari la sua direzione e le varie fasi della sua evoluzione propria e indipendente.Ora, mi sia permesso aggiungere qualche breve nota personale. E cioè che io mi vergogno non soltanto di vivere in uno Stato la mia esistenza che forzosamente è resa miseranda dalla struttura statuale stessa, ma mi vergogno maggiormente a vivere in questo Stato; mi repelle qualunque istituzione, che si forma per necessità tutt'altro che naturali e popolari, ma per imposizione non contestabile da chiunque, che si ritrova immerso in questo habitat da quando è demilienizzato a un giorno dalla nascita e, anche se poi si mette a contestare questo condizionamento totalizzante (che è tale poiché lo Stato è un ente totalitario), comunque finirà a morire in un ospedale senza avere sortito nulla, e chi rimane dovrà pure essere grato perché lo Stato garantisce un posto di merda dove morire; sono orripilato quotidianamente dalla visione delle cosiddette Forze dell'Ordine, che con l'Arma dei Carabinieri sortiscono il massimo gradimento e fiducia dei miei concittadini, e si stanno visibilmente moltiplicando sotto i miei occhi, godendo di leggi fatte all'impromptu per permettere loro un controllo ancora più serrato sulle persone, non bastando il fatto che, trascorsa la stagione di Piombo, non sono state ancora abrogate le leggi restrittive emanate ai tempi da Francesco Cossiga, cosicché senza accorgersi i miei concittadini vivono in uno stato di guerra legislativo, senza che ci sia più quella guerra; mi viene da vomitare al pensiero che si sorveglino militarmente inesistenze e astrazioni dette "confini", purissimi atti di volontà di potenza che nessun geomorfismo giustifica; sono angosciato dal fatto che lo Stato permetta a difensori e pm e giudici di trattare donne violate come le tratta in quelle enclave che sono le aule giudiziarie; sono sconvolto dall'aberrazione dell'ideologia trionfante (quintessenziale all'idea di Stato stesso) della pena, questo protocollo per cui, anziché arrivare a una civiltà, si invera in forma legislativa l'occhio per occhio e il dente per dente, appalesando con somma serenità e assenza di opposizione qualunque la reale natura vendicativa dell'istituzione stessa, che condiziona chiunque; sono sconcertato dall'assoluta assenza di reazione coscienziale di chi abita con me in questo che, prima che uno Stato, è un luogo, puramente e semplicemente un luogo, dove si è sviluppata una lingua comune e peraltro la lingua più poetica del mondo moderno.
In conformità con questa convinzioni noi non solo non abbiamo l’intenzione né la minima velleità d’imporre al nostro popolo, o a qualunque altro popolo, un qualsiasi ideale di organizzazione sociale tratto dai libri o inventato da noi stessi ma, persuasi che le masse popolari portano in se stesse, negli istinti piú o meno sviluppati dalla loro storia, nelle loro necessità quotidiane e nelle loro aspirazioni coscienti o inconsce, tutti gli elementi della loro futura organizzazione naturale, noi cerchiamo questo ideale nel popolo stesso; e siccome ogni potere di Stato, ogni governo deve, per la sua medesima essenza e per la sua posizione fuori del popolo o sopra di esso, deve necessariamente mirare a subordinarlo a un’organizzazione e a fini che gli sono estranei noi ci dichiariamo nemici di ogni governo, di ogni potere di Stato, nemici di un’organizzazione di Stato in generale e siamo convinti che il popolo potrà essere felice e libero solo quando, organizzandosi dal basso in alto per mezzo di associazioni indipendenti e assolutamente libere e al di fuori di ogni tutela ufficiale, ma non fuori delle influenze diverse e ugualmente libere di uomini e di partiti, creerà esso stesso la propria vita.
Queste sono le convinzioni dei socialisti rivoluzionari e per questo ci chiamano anarchici. Noi non protestiamo contro questa definizione perché siamo realmente nemici di ogni autorità, perché sappiamo che il potere corrompe sia coloro che ne sono investiti che coloro i quali devono soggiacervi. Sotto la sua nefasta influenza gli uni si trasformano in despoti ambiziosi e avidi, in sfruttatori della società in favore della propria persona o casta, gli altri in schiavi.
È chiaro allora perché i rivoluzionari dottrinari che si sono assunta la missione di distruggere i poteri e gli ordini esistenti per creare sulle loro rovine la propria dittatura, non sono mai stati e non saranno mai i nemici ma, al contrario sono stati e saranno sempre i difensori piú ardenti dello Stato. Sono nemici dei poteri attuali solo perché vogliono impadronirsene; nemici delle istituzioni politiche attuali solo perché escludono la possibilità della loro dittatura; ma sono tuttavia i piú ardenti amici del potere di Stato che dev’essere mantenuto, senza di che la rivoluzione, dopo aver liberato sul serio le masse popolari, toglierebbe a questa minoranza pseudorivoluzionaria ogni speranza di riuscire a riaggiogarle a un nuovo carro e di gratificarle dei suoi provvedimenti governativi.
Ciò è tanto vero che oggi, quando in tutta l’Europa trionfa la reazione, quando tutti gli Stati ossessionati dallo spirito piú frenetico di conservazione e di oppressione popolare, armati da capo a piedi di una triplice corazza, militare, politica e finanziaria e si apprestano sotto la direzione del principe Bismarck a una lotta implacabile contro la Rivoluzione Sociale; oggi, quando si sarebbe dovuto pensare che tutti i sinceri rivoluzionari s’unissero per respingere l’attacco disperato della reazione internazionale, noi vediamo al contrario che i rivoluzionari dottrinari sotto la guida del signor Marx prendono dappertutto il partito dello statalismo e degli statalisti contro la rivoluzione del popolo.
Dio appare, l’uomo si annienta; e più la Divinità si fa grande, più l’umanità diventa miserabile. Ecco la storia di tutte le religioni: ecco l’effetto di tutte le ispirazioni e di tutte le legislazioni divine. Nella storia, il nome di Dio è la terribile vera clava con la quale tutti gli uomini divinamente ispirati, i "grandi geni virtuosi", hanno abbattuto la libertà, la dignità, la ragione e la prosperità degli uomini.
Abbiamo avuto prima la caduta di Dio. Abbiamo ora una caduta che c’interessa assai più: quella dell’uomo, causata dalla sola apparizione di Dio o manifestazione sulla terra. Vedete dunque in quale orrore profondo si trovano i nostri cari ed illustri idealisti. Parlandoci di Dio, essi credono e vogliono elevarci, emanciparci, nobilitarci, ed al contrario ci schiacciano e ci avviliscono. Col nome di Dio, essi immaginano di poter edificare la fratellanza fra gli uomini, ed invece creano l’orgoglio e il disprezzo, seminano la discordia, l’odio, la guerra, fondano la schiavitù.
Perché con Dio vengono necessariamente i diversi gradi d’ispirazione divina; l’umanità si divide in uomini ispiratissimi, meno ispirati, non ispirati.
Tutti sono egualmente nulla davanti a Dio, è vero, ma confrontati, gli uni agli altri, alcuni sono più grandi degli altri; non solamente di fatto, ciò che non avrebbe importanza perché una ineguaglianza di fatto si perde da se stessa nella collettività quando non può afferrarsi ad alcuna finzione o istituzione legale; ma alcuni sono più grandi degli altri per volere del diritto divino dell’ispirazione: il che costituisce subito una in eguaglianza fissa, costante, pietrificata.
I più ispirati devono essere ascoltati ed obbediti dai meno ispirati e questi dai non ispirati.
Ecco il principio di autorità ben stabilito e con esso le due istituzioni fondamentali della schiavitù: la Chiesa e lo Stato.
Sono un kasteddaio che tifa kasteddu, mica come quei sassaresi che quando c'e' Cagliari - Juve vanno nella curva ospite. Sono cresciuto politicamente da pizza '74; tra una birra e l'altra, un amore e l'altro (quello per il cagliari ovviamente) ho trovato anche lo spazio per studiare e finire le superiori. Ora studio a Torino, e tra l'unico amore e i cortei cerco anche di dare qualche esame, sperando un giorno di laurearmi. Nel frattempo scrivo, ora che non c'e' piu' indymedia ho bisogno di scrivere e sfogarmi, e ho deciso di farlo qui. Ok, la messa e' finita, andate in pace.
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