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Cagliari: operai Alcoa bloccano aereoporto, scontri con polizia

stobados | 30 Gennaio, 2010 14:18

Risale la protesta degli operai di Portovesme, blocchi stradali sulla statale e blocco dei voli del vicino aeroporto di Cagliari durante le giornate di ieri e oggi tornano ad accendersi i riflettori sulla vertenza per la salvaguardia del posto di lavoro nell'azienda statunitense.

La vertenza Alcoa. La protesta degli operai dell'Alcoa negli ultimi mesi era approdata a Roma, dove i vertici dell'azienda si sono incontrati con il Governo per arrivare ad un accordo sulle forniture di energia. Il nodo fondamentale era il costo elevato dell'energia che secondo l'azienda statunitense non permetteva di essere competitivi sul mercato. Ma come succede in Italia, e soprattutto in Sardegna, l'azienda aveva sempre ricevuto incentivi statali, questi però erano andati contro le leggi sulla concorrenza vigenti in Europa ed erano incappati nelle sanzioni: da qui la decisione della multinazionale di lasciare l'isola e con essa più di 2mila operai, tra azienda e indotto, che porterebbero alla morte un'intera area che versa già in gravi condizioni economiche. L'azienda negli incontri dei giorni scorsi aveva chiesto che, oltre alla diminuzioni del costo dell'energia, venissero eliminate le multe comminate dall'Unione Europea o quantomeno pagate dallo Stato Italiano. Il 27 gennaio l'Alcoa ha annuncia lo stop degli stabilimenti per 6 mesi con conseguente cassa integrazione. Da qui la comprensione da parte degli operai di Portovesme di non avere più la possibilità di contare sull'interessamento (solo di facciata) del Presidente della Regione e del centrodestra isolano ma di poter credere solo ed esclusivamente sulla propria forza. Già nei mesi scorsi, infatti, gli operai avevano, con la forza della determinazione e della rottura, fatto tornare sui propri passi l'azienda attraverso una dura lotta che aveva raggiunto il suo apice nelle manifestazioni di Roma, con il tentativo di sfondamento dei cordoni della polizia, e con l'occupazione dello stabilimento di Portovesme.

Operai di Portovesme in lotta. Ora l'iniziativa torna in mano operaia, contro le trattative che si sono arenate su una direzione non ricomprendente i loro interessi, quindi contro la cassa integrazione. Il 26 gennaio, all'arrivo della notizia della chiusura della fabbrica, gli operai si sono immediatamente mobilitati ed incatenati ai cancelli della vicina centrale Enel (indispensabile per la produzione Alcoa) per non permettere l'uscita e l'ingresso delle mezzi. Poi, nelle ore successive, un gruppo di 800 lavoratori hanno bloccato il traffico della statale 131, l'importante arteria che collega il nord e il sud della Sardegna, dando fuoco a delle barricate fatte di copertoni, mentre, contemporaneamente altri lavoratori bloccavano i voli all'interno dell'aeroporto di Elmas. E ancora oggi non si placa la protesta degli operai Alcoa. Centinaia di macchine sono partite all'alba portando operai e familiari all'aeroporto di Cagliari per occupare le piste. Hanno così bloccato un volo Meridiana e uno Ryanair per poi scontrarsi infine con i carabinieri in assetto antisommossa dentro l'aerestazione occupato. L'aeroporto, tuttora chiuso al pubblico, potrebbe rimanere fermo per i prossimi 2 giorni in quanto sembrerebbe siano stati anche danneggiati dei metal-detector.

Agitazione anche a Fusina. Anche gli operai dello stabilimento Alcoa di Fusina, in provincia di Venezia, si sono mobilitati stamane, entrando in sciopero alle 6. Hanno bloccato i cancelli dello stabilimento per impedire l'entrata e l'uscita dei camion delle merci, in modo da fermare la produzione del laminatoio. Si sono registrati momenti di tensione perchè sembra che l'azienda abbia tentato di far chiudere i cancelli, impedendo il ricambio dei lavoratori che si alternano nella protesta. Sulla strada davanti allo stabilimento gli operai hanno dato alle fiamme alcune pile di pneumatici.


vedi la cronistoria della mobilitazione Alcoa:

[NOTAV] Autoporto Susa, gia' costruito il nuovo presidio contro le trivellazioni. (+ VIDEO)

stobados | 09 Gennaio, 2010 20:59

Sotto una pioggia battente che non dà tregua, il movimento NoTav getta le basi per un nuovo presidio all'entrata dell'autoporto di Susa, uno dei tanti nuovi siti destinati a diventare terreno di sondaggio geognostico, prima passo per la futura realizzazione dell'opera. La risposta del movimento alla voce grossa fatta dal Governo negli ultimi giorni a colpi di dichiarazioni pubbliche e comunicati stampa che non lasciano più dubbi su "volontà di confronto, "dialogo", "realizzazione col consenso della popolazione" e altre amenità simili...

Un migliaio di persone si sono così ritrovate oggi pomeriggio per dare al popolo NoTav una nuova casa per monitorare e organizzare la resistenza contro la fase-sondaggi. Secondo alcune voci, potrebbe essere questo uno dei primi luoghi in cui la lobby del Tav tenterà la prova di forza.
Nonostante il maltempo, un altro appuntamento partecipato, gioioso e determinato nel ribadire le intenzioni e le scelte senza appello del movimento popolare.

La migliore risposta alle sparate di un Governo che, in ritardo su tutto, si accorge dell'impraticabilità politica del vecchio Osservatorio Tecnico, istituzionalmente morto già da qualche mese, già da sempre misconosciuto dal movimento. Un Osservatorio che si vuole far rinascere in nuove forme, sorta di Direttorio (o Servitorio) d'imposizione dell'opera contro i voleri di tutta una popolazione. Una nuova 'cabina di regia' di cui potranno farne parte solo gli amministratori volontari, e solo se favorevoli alla realizzazione dell'opera; per questi ci saranno 'compensazioni' e postazioni ascoltate dentro la nuova istituzione.

La risposta del movimento è stata chiara e senza fraintendimenti: un nuovo presidio per monitorare da vicino e impedire i nuovi tentativi di perforazione.
 
Questa sera, al Teatro Polivalente di Bussoleno, il movimento si riunirà in assemblea per sancire con un documento sottoscritto all'unanimità, la volontà di resistere alla nuova invasione del territorio valsusino.

Io odio.

stobados | 22 Dicembre, 2009 19:13

Avete gia' tolto tutto il toglibile, l'unica cosa che rimane e' il nostro odio.

Odio il leghisti, non c'e' molto da aggiungere su questo ma odio anche chi non si oppone a quello che fanno questi uomini. Ma forse diventera' reato anche citare Gramsci quando diceva "odio gli indifferenti". Senza forse, in Italia puo' succedere anche questo.

Odio chi impone le decisioni con la forza e la militarizzazione del territorio, ma amo i Valsusini e i Vicentini per la loro determinazione, la loro forza e il loro orgoglio.

Odio la polizia penitenziaria, perche' so cosa vuol dire non poter dire "bah" quanto picchiano un detenuto o ammazzano uno dei tanti Cucchi, e odio chi si indigna se ci sono rivolte dentro quegli merde di edifici, perche' l'aggettivo orrendo non e' adatto a quel sostantivo.
Odio anche i poliziotti, perche' sono stato a Genova nel 2001 avevo 17 anni e nessuno potra' impedirmi di odiarli, perche' la mia vita e la mia coscienza da quel giorno sono cambiate profondamente perche' ho visto ho sentito e quello nessuno potra' cancellarlo.
Odio i poliziotti che ogni volta che sgomberano un centro sociale occupato, spaccano tutto, pisciano sui letti e scrivono sui muri "w il duce", come all'Askatasuna a Torino il 1° Maggio del 99.

Odio i fascisti, i razzisti e i sessisti e provate a chiederlo agli omosessuali se rinuncerebbero al loro odio per queste persone, provatelo a chiedere a quella coppia di romani accoltellati fuori da un locale.

Odio i padroni, come quello che ha il bar davanti all'universita' che sfrutta i suoi dipendenti nonostante si faccia i miliardi. 56 ore di lavoro alla settimana, di cui 15 di straordinario per mille euro al mese. Fatevi i conti, sono 4 euro all'ora. Ah... dimenticavo, ovviamente senza contratto.
E quelli della Esselunga che hanno fatto pisciare addosso una cassiera perche' non le facevano  lasciare il suo benedetto posto?
O forse vogliamo ricordare di quando hanno licenziato il lavoratore delle FerrovieDelloStato perche' aveva denunciato problemi legati alla sicurezza?

Odio, e' un fatto di appartenenza. La mia appartenenza al popolo sardo che vive in una terra  trattata come una colonia dove sperimentare uranio impoverito ed altre prelibatezze tecnologico a scapito di quattro sfigati pastorelli. Odio il governo italiano che consente alle industrie di chiudere, perche' se le industri chiudono la gente ha fame e col cazzo che ci si ribella ad una centrale nucleare, meglio crepare di merda che di fame.

Io non solo sono di diverso avviso. Io odio.
E ringrazio tutti quelli che amano se stessi e la propria terra e che sono cosi' incazzati da ribellarsi ancora.
Grazie ai valsusini, grazie agli studenti dell'onda, grazie ai vicentini, ai milanesi che in Piazza Fontana stavano dalla parte dei 10000 contestatori. Grazie ai lavoratori dell'Alcoa che sanno ancora cosa vuol dire dignita'.


E ora denunciatemi.

Alcoa: ''Abbiamo sequestrato lo stabilimento''

stobados | 26 Novembre, 2009 11:54

Cagliari - Si fermano due degli stabilimenti italianidell'Alcoa, il gigante Usa dell'alluminio. L'azienda ha deciso lo stopdella produzione primaria a Portovesme, nel Sulcis Iglesiente, e aFusina (Venezia) dopo la decisione della Commissione Europea che hachiesto la restituzione degli aiuti ricevuti sul prezzodell'elettricità. Lamultinazionale ha pertanto deciso di sospendere la produzione nei duestabilimenti in Italia, annunciando di voler fare ricorso: "Alcoafermerà temporaneamente la produzione nelle sue due fonderie di Fusinae di Portovesme". Alcoa dà lavoro a 2.500 persone in Italia. Nellachiusura dei due stabilimenti sono coinvolte 1000 dipendenti diretti e1000 lavoratori dell'indotto.

 
Immediata larisposta degli operai. I dipendenti della fabbrica di Portovesme hanno"sequestrato" la sede dello stabilimento: il direttore della fabbricaMarco Guerrini, il vice direttore Sergio Vittori e gli altri dirigentisono stati trattenuti dai lavoratori in assemblea per chiedere"risposte immediate". All'esterno della fabbrica alcuni operaiincappucciati rivendicano l'occupazione in un video giunto ad apcom. Operai, amministrativi e tecnici dellafabbrica, circa 200 persone, si trovano in questo momento nella salariunioni e hanno deciso che "da questo momento nessuno entra e nessunoesce". "Rimaniamo qui sino a quando non troveremo un accordo, non il 25ma subito. Ci aspettiamo che l'Alcoa accetti quello che ha offerto ilgoverno e che blocchi la dichiarazione di fermata della produzione,perché se si ferma un solo giorno lo stabilimento di Portovesme èmorto". Lasospensione della produzione è stata decisa a causa "delle incertezzesulla fornitura di elettricità per i suoi forni di fusione a tariffecompetitive e per l'impatto finanziario della decisione dellaCommissione Europea", si legge ancora nel comunicato di Alcoa.

La Commissioneha chiesto ieri al produttore di alluminio di rimborsare le sovvenzioniavute dal 2006 sui prezzi dell'elettricità in Italia, sostenendo che sitratta di aiuti pubblici illegali. L'ammontare degli aiuti darimborsare non è stato divulgato, ma secondo fonti sindacali citati daimedia italiani, si eleverebbe a 270 milioni di euro. La produzione dialluminio richiede un forte consumo di energia: Alcoa aveva conclusocon il fornitore di elettricità italiano, l'Enel, un contratto che gliassicurava tariffe fisse per una durata di dieci anni, fino al dicembredel 2005. La Commissione Europea aveva all'epoca autorizzato ciò cheaveva assimilato a una "operazione commerciale ordinaria conclusa allecondizioni del mercato". Dal 2006, però,Alcoa ha continuato a beneficiare di tariffe privilegiate, ma secondoun diverso dispositivo: continua ad acquistare la sua elettricitàdall'Enel, ma è lo stato italiano che gli rimborsa la differenza con latariffa storica, ciò che Bruxelles considera come "un aiuto pubblicoillegale". "La tariffe è in vigore da oltre dieci anni in italia e èstata approvata dalla commissione nel 1995, l'anno in cui Alcoa haacquistato le infrastrutture" si difende il gruppo.

Da La Repubblica

Spariti nel nulla i computer degli avvocati di a Manca pro s’Indipedentzia.

stobados | 14 Ottobre, 2009 18:50

Nella notte tra domenica e lunedì sono spariti dagli studi degli avvocati del gruppo a Manca pro s’Indipendentzia tre portatili. I “ladri” in questione sono entrati negli studi senza commettere alcuna infrazione, così come raccontano gli agenti della polizia intervenuti dopo la chiamata i legali,  ed hanno puntato dritti verso i computer in questione senza portare via nessun’altro oggetto di valore. Le modalità del furto fanno salire più di qualche perplessità, queste aumentano se tornando a non troppi mesi fa si va a “pescare” una delle tante denunce del movimento nelle quali si accusavano i “soliti ignoti” di spiare le case, le sedi e le macchine dei militanti indipendentisti attraverso sofisticate microspie.

All’interno dei portatili spariti vi era tutto il materiale riguardante le inchieste contro alcuni appartenenti al gruppo indipendentista sardo: l’operazione “Arcadia”, che portò nel luglio del 2006 all’arresto di 10 militanti e alla perquisizione di una sessantina di abitazioni con l’accusa di associazione sovversiva con finalità di terrorismo per alcuni attentati eseguiti tra il 2003 e il 2005. 7 dei 10 arrestati rimasero nelle carceri italiane per oltre dieci mesi in custodia cautelare, Bruno Bellomonte venne scarcerato dopo tre giorni in quanto all’epoca degli attentati di cui era accusato era in viaggio in un paese straniero, aveva quindi il timbro della dogana che gli garantì il pass per la libertà.

Non contenti dell’operazione bluff, utile però a criminalizzare l’intero movimento indipendentista  -tuttora in forte espansione- agli occhi dei lettori delle testate giornalistiche di tutta la penisola e della Sardegna, a Giugno della scorsa estate Bruno e’ stato arrestato una seconda volta assieme ad altre 5 persone. L’accusa era quella di stare progettando un attentato contro il G8 che in precedenza era in programma nell’isola di La Maddalena in Sardegna, per aggiungere un po’ di carne al fuoco erano anche accusati di appartenere alle nuove Brigate Rosse, accusa sempre utile per raggiungere le prime pagine dei giornali anche se non supportata da prove. Bruno e’ ora al 4° mese di detenzione confinato nel carcere di Catanzaro, lontano dai famigliari e degli avvocati che devono spendere più di 400 euro e due giorni di viaggio per poter beneficiare di due ore di colloquio.

E’ in questo quadro che si devono leggere i furti e il ritrovamento delle microspie nelle case di avvocati e militanti, sotto la luce dei riflettori  dopo operazioni poliziesche eseguite in grande stile ma nel silenzio più totale quando si tratta di dare risalto a strani eventi che potrebbero mettere più di un dubbio sulle suddette operazioni.

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